90s vs. noughties: Pop shame vs. pop proud

Proud to be pop: dal pop come vergogna al pop come orgoglio

Sono nato negli anni 80 e sono cresciuto negli anni 90 con la musica degli anni 70.

Come tanti, ritenevo ascoltare pop un’onta, una vergogna. Magari qualche volta lo ascoltavo sì, ma in privato, senza poi dire ai miei amici “O bella Pure Shores delle All Saints!” (anche se ho sempre creduto che Pure Shores sia una canzone stupenda).

Diciamo che se negli anni 90 fosse esistito Spotify il pop lo avremmo ascoltato in sessione privata.

Ma perché ritenevamo che ascoltare rock fosse un vanto e ascoltare pop una vergogna?

1. Il binomio chitarra = autenticità.

Gli anni 90 sono stati una risposta diretta agli 80: il grunge e le sue camicie di flanella sono l’opposto dei lustrini e delle spalline, le chitarre dei Nirvana e dei Rem sono l’opposto dei synth dei Soft Cell e dei Duran Duran. Visti con gli occhi degli anni 90 sul piano del significato i primi stavano per /autenticità/ e i secondi per /finzione/. Che poi bella nozione quella di autenticità applicata alla musica: le pose rock adolescenziali sono più autentiche di uno sfogo pop-dance in 4/4? (Se il tema vi interessa leggete questo libro (grazie Gabriella))

2. L’enfasi sulla melodia come emblema del commerciale

Un altro nemico giurato negli anni 90 è stato il ritornello killer, quello che canticchi sotto la doccia. Per carità tutti lo hanno sempre cercato eh (band e ascoltatori), e chi lo ha trovato ha trovato anche il successo, però non doveva mai essere ovvio, spensierato, perché la spensieratezza era propria degli anni 80 mentre gli anni 90 erano gli anni dell’introspezione e dell’autenticità.

Oggi guardando i miei ascolti su Spotify vedo tanti synth (Patrick Wolf, Zola Jesus, Iori’s Eyes, Cosmo, James Blake), tanta melodia (Arcade Fire) e tanti synth uniti con tanta melodia (M83).

Ma soprattutto guardandomi attorno vedo Pitchfork idolatrare Rihanna e Beyoncé; Ondarock recensire dischi che nulla hanno di rock; Sentireascoltare e Pitchfork benedire I don’t care (I love It) (e non sono i soli).

Il pop è ovunque, il pop non è una vergogna.

Ma qual è la ricetta che ha ha cambiato la percezione del pop?

A me vengono in mente tre motivi, uno musicale, uno musicale/culturale e un altro prettamente culturale:

1. La chitarra appesa al chiodo

Gli anni zero prima, ma soprattutto gli anni dieci hanno appeso la chitarra al chiodo e l’hanno sostituita con il computer (collegato a synth, drum machine), strumento che non ha bisogno (per forza) come la chitarra del fratello basso e della sorella batteria. Emerge la figura del one man band, ma soprattutto quella del produttore, demiurgo del suono e del destino del/della vocalist di turno. Il tutto per un approccio creativo sempre più individualista (in linea con una cultura individualista? Lascio a voi l’onere della generalizzazione).

2. La melodia non fa paura: melodia = ironia?

Sul ritorno della melodia non so dire se si possa parlare di un fenomeno esteso o solo di una mia percezione dovuta alla mia crescita anagrafica: da piccolo il punk e il grunge erano un modo per darmi un tono, atteggiarmi, ora che non ne ho bisogno ballo sul cubo I love it e questa estate probabilmente ballerò  la tamarrissima Wasted di Tiesto. Però in generale negli ascoltatori e nei critici noto una voglia di prendersi meno sul serio, di essere più ironici, di accogliere un ritornello gioioso senza stigmatizzarlo come frivolo.

Se Kurt Cobain, che era uno che si prendeva molto sul serio, avesse vissuto la sua giovinezza negli anni dieci si sarebbe sparato molto prima dei 27anni.
3. Il metapop e la pop culture come fenomeno da analizzare

E qui arriviamo al punto più strettamente culturale. Chissà, forse sarà stato il proliferare negli anni duemila dei corsi di laurea in scienze della comunicazione, ma sta di fatto che è solo negli ultimi cinque anni che il pop ha acquisito uno statuto come oggetto di analisi degno di essere studiato.

Potremmo chiamarla metapop: la tendenza a studiare il linguaggio pop (che siano fenomeni, pratiche, mode, generi, artisti, album, videoclip ecc.) come chiave per capire la nostra cultura e la contemporaneità. Il metapop non è più una roba da dipartimento di cultural studies dell’Università di Nottingham, ma è quello che fa Rivista Studio, è quello che fa Vice, è quello che fa Frizzi frizzi, è quello che fa Darlin magazine, è quello che, per prendere un altro tema considerato firvolo, il calcio, fanno L’ultimo uomo, Futbologia, RivistaUndici che hanno reso l’argomento truzzo per eccellenza un tema di riflessione culturale (in una sorta di hipsterizzazione del calcio); ed è quello che abbiamo fatto con il blog Squadrati sin dal quadrato semiotico del divertimento milanese fino ad arrivare al quadrato delle popstars.

E non è un caso che molte di queste realtà rivendichino con orgoglio (sin dalla minibio di Twitter) il loro essere pop.

Saranno solo queste le ragioni che hanno portato il pop dalla vergogna all’orgoglio? No, credo ce ne siano altre, ma ho scritto già abbastanza. Una cosa è certa: se negli anni 90 ascoltare pop era una vergogna, oggi è motivo di vanto e di orgoglio.

Oggi siamo proud to be pop.

I don’t care (I love it).

Questa voce è stata pubblicata il 30 luglio 2014 alle 9:28 PM. È archiviata in Pop '10, Rock-Indie '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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