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A noi italiani piace il grigio: su Gualazzi & Bloody Beetroots e Mengoni

Da un po’ di tempo scrivo poco sul blog. Dunque ho smesso anche di scrivere quei post gigioni come il pagellone di Sanremo, le migliori canzoni o i migliori dischi dell’anno. Così, quest’anno il festival l’ho guardato tutto, l’ho commentato su twitter e su un amorosissimo gruppo facebook composto da 100 matti (la SAS), e ho finanche televotato (Arisa per la cronaca), ma non ho scritto nessun pagellone.

Però vedendo Sanremo mi è frullato in testa un pensiero e avevo voglia di condividerlo:

Gualazzi feat Bloody Beetroots: bianco + nero = grigio

Devo ammettere che questo duetto mi turbava ed affascinava al tempo stesso. Il primo un pianista cresciuto a jazz & soul. Il secondo un demone che ha conquistato il mondo intero con la sua fidget-house, un po’ come Skryllex, arrivando a duettare con nientepocodimeno che Sir Paul Mc Cartney dei Beatles, cosa che Skryllex non ha fatto.

L’idea mi turbava e affascinava dicevo. L’idea. Perché i due pezzi erano quanto di più tranquillizzante ci si poteva immaginare. Tanto ci sei è il solito Gualazzi con un qualche riverbero nella voce e qualche tastiera à la Muse a corredo. Liberi o no una robetta dance per nulla innovativa e con un ritornello scialbo.

Ci volevano un jazzista e un deejay superquotato per fare una cosa che sembra Dimmi come di Alexia?

Un’occasione mancata. Ancora di più se messa a paragone con la canzone dei The Bloody Beetroots cone Paul Mc Cartney. Sebbene Mc Cartney non abbia propriamente un pubblico dance-oriented, si è comunque cimentato in una canzone contrastata, in cui convivono felicemente il bianco, l’anima brit di Sir Mc Cartney, e il nero, gli influssi fidget di Sir Cornelius Rifo.

Nel caso di Beetroots + Mc Cartney il bianco e il nero convivono, mentre nei due pezzi con Gualazzi danno vita al grigio.


La motivazione è semplice: risiede nella scarsa voglia di sperimentare, perché la sperimentazione è vista come un rischio. Ed è vista un rischio perché il pubblico è visto come una massa acritica, incapace di scegliere il meglio, ma solo di scegliere il già sentito.

50 sfumature di grigio: la normalizzazione di Marco Mengoni

Del resto nella musica italiana assistiamo sempre a normalizzazioni, al grigio che vince sui toni contrastati.

Rimanendo in ambito pop italiano sanremese mi viene da pensare al vincitore del 2013, Marco Mengoni. Una voce rythm ‘n’ blues e un bel percorso artistico all’interno di X-factor considerando che si tratta di un talent (Morgan gli fece cantare Battisti, Talking Heads, Prince). Ma dopo un paio di Ep e un Lp i cui le sue possibilità venivano fuori, anche se solo in parte, il suo management deve aver capito che per portarlo a un succeso maggiore doveva mettere da parte i vocalizzi e le stranezze vocali e normalizzare il colore della sua voce. Ed eccolo sostituire Insieme a te sto bene con L’essenziale, una canzone che non dice nulla del percorso di Mengoni e che potrebbe benissimo essere scritta per Francesco Renga.

“Alla fine ha fine ha funzionato bene, ha vinto il Festival, perché cambiare?”

Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2014 alle 12:01 AM. È archiviata in Pop '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

3 pensieri su “A noi italiani piace il grigio: su Gualazzi & Bloody Beetroots e Mengoni

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