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Lady Gaga – Artpop: french touch, black music e didascalie

Lady Gaga is back. O is black che dir si voglia. È tornata dopo che un’operazione alla gamba ha fatto slittare l’uscita del terzo album. Dopo che il primo singolo Applause è stato lanciato in anticipo a causa di un leak in bassa qualità. Ma soprattutto dopo che in molti durante questa attesa l’hanno data per morta, spacciata, dimenticata.

Per una volta, parlarei prima e soprattutto della sua musica, cosa rara nel caso di Lady Gaga, che si porta sempre dietro un personaggio volutamente ingombrante e in continua trasformazione.

Aura è l’inizio col botto. Voce effettata iniziale e chitarra spagnola che rimandano a Machete Kills (film in cui compare la canzone) e a tutta l’estetica Tex-Mex di Rodriguez. Quell’AU-RA-RA-RA-RA che riprende l’uso della voce in Poker Face e Bad Romance. E poi c’è la strofa techno-pop e lo stacco un po’ dubstep per dimenarsi come ragazze cattive in pista. Un crossover kitsch ma ben riuscito.

Anche Venus gioca con il pastiche, l’accozzaglia, la stramberia, ma senza convincere. A questo punto meglio G.U.Y. meno barocca, più vicina al suono della Lady Gaga tra il primo e il secondo album.

Poi arriva Sexx Dreams e ti ricordi che Lady Gaga non è proprio l’ultima delle “sciacquette”. Strofa dark dalla melodia misteriosa e poi arriva il ritornello appiccicoso: voce r’n’b à la Mariah Carey montata su una base ritmica french-touch con basso slappato. Un pezzo che fa centro. Da ballare in pista.

Jewels & Drugs è una canzone oscena e fuori luogo. Ridicolo il voler inziare con il suono dell’orchestra in prova e poi attaccare col beat hip-hop, per spiegare la commistione di “alto” e “basso”. Ridicolo volersi attaccare al ritorno dell’hip hop fuori tempo massimo. Ancor più fuori luogo se consideriamo che la canzone successiva, Manicure, passa al glam rock anni ’80. Peccato che quelle chitarre siano dei synth che danno al pezzo un suono finto come un brano di Kesha.

Do what you want in duetto con R.Kelly mixa il sound di Sexx Dreams con l’r’n’b. Non è la Gaga che conosciamo, ma ci dà un segnale interessante.

Artpop è un album molto legato alla black music, non solo all’eurodance.

Che voglia prendere (anche) il posto lasciato da Mariah Carey e Whitney Houston? (la prima morta artisticamente e commercialmente la seconda morta e basta)

ARTPOP è un pop-dance leggero che ha dalla sua una strofa con una melodia killer. Uno dei pezzi migliori dell’album perché non si perde a voler osare, esagerare. Poi però arriva la doppietta Swine, Donatella (dedicata a Donatella Versace): una dance incattivita che è più provocazione che sostanza.

Fashion conferma che in questo disco c’è un secondo ingrediente inedito: il french touch.

La vena french touch di Sexx Dreams infatti rivive in questa collaborazione con will.I.am e David Guetta e trova il suo apice nel finale che, con la parlata in francese e il synth che imita un suono di chitarra elettrica, rimanda a Homework dei Daft Punk.

Se Mary Jane Holland (dedicata alla marjuana) molto prima-Gaga è innocua, Dope ci ricorda l’abilità di Lady Gaga con le ballate pianistiche. Uno dei pezzi più interessanti del lotto.

Gipsy riprende l’eurodance di Marry the night e The edge of glory, senza avere il carattere anthemico di quest’ultima. Melodia carina se vi piace la pop-dance saponosa. Di sicuro perfetta per le vacanze estive (“I’m, I’m, I’m, I’m a gypsy, a gypsy, a gypsy, I’m”). E poi arriva Applause con il suo riff tra la dance e la new wawe anni ’80, ma niente da fare: il ritornello da luna park spegne qualsiasi ispirazione.

Un voto finale lato musica? Una sufficienza scarsa, con Aura, Dope, Sexx Dream e ARTPOP che portano sù il disco e Jewel and Drugs e Manicure che lo portano molto giù. Il resto sta in mezzo.

E chiudo passando a ciò che in genere viene tematizzato parlando di Lady Gaga: l’immagine.

Stavolta il concept e l’immagine, non contribuiscono a migliorare il prodotto. Anzi. Lo rendono mediocre.

Il concept di ARTPOP vuole unire Arte e Pop ma lo fa in modo didascalico, letterale sin dal titolo.

E continua a farlo giocando con le parole Applause-plause (l’applauso del pubblico > pop vs. il plauso della critica > arte); tirando in ballo nella copertina e nel testo di Venus una citazione artistica da scuola media, la Venere di Botticelli; e lasciandosi la copertina a Jeff K0ons: scelta ovvia, senza sorprese.

Tutto è ricondotto a una regola: Arte + Pop, che a conti fatti è la stessa di sempre, “faccio pop citando l’arte e citando chi ha fatto pop citando l’arte” (leggi Bowie). Ma siamo sicuri che c’era bisogno di esplicitare così tanto l’equazione del successo?  Non è che ora la sua immagine è un po’ troppo stilizzata e caricaturale?

Siamo sicuri che c’era bisogno di mettere le didascalie?

Voi che dite?

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Questa voce è stata pubblicata il 13 novembre 2013 alle 1:19 AM. È archiviata in Pop '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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