Vulture versione Sundark and Riverlight Patrick Wolf e la lezione di autocover

Vulture versione Sundark and Riverlight: Patrick Wolf e la lezione di autocover

Vulture versione Sundark and Riverlight: Patrick Wolf e la lezione di autocover

Nel 2012 Patrick Wolf lancia Sundark and Riverlight, doppio greatest hits contenente le sue canzoni più note rilette in chiave  acustica.

Pianoforte e arpa in primo piano, e un rafforzamento di quel tratto da “menestrello medievale” (nel sound e nel look, da francescano) che è uno degli elementi che compongono la sfaccettata identità dell’artista inglese.

Sebbene il disco sia ben suonato e si ascolti con piacere (vista l’assoluta bellezza delle canzoni originali), l’idea in sé di accentuare questa caratteristica non mi ha convinto a pieno: perché ha caricaturizzato quell’identità sonora che era così pura quando scorreva “underneath”, per così dire.

Peraltro, ci troviamo di fronte a brani che in questo processo di classicizzazione ci guadagnano poco o nulla: Wolfsong era poetica e struggente anche prima, ora è solo un po’ più ripulita; Hard Times perde la batteria ma non acquista nulla che giustifichi la sua reinterpretazione; Wind in the Wires nella sua versione scarna fatta d’archi perde addirittura la sua magia e quel carattere vibrante che l’ha resa celebre.

Infine nella raccolta non c’è un brano inedito, cosa che poteva passare se i pezzi fossero inediti, nel senso di spiazzanti, ma così non è. Per molti pezzi. Ma non per tutti.

Perché il motivo che mi ha indotto a scrivere è la bellezza della versione di Vulture: irriconoscibile all’inizio se non fosse per il testo. Wolf ribalta il pezzo originale – un dark synth-pop degno di una Lady Gaga berlinese – trasformandolo in una ballata pianistica dannata e intima, una perla nera. E così facendo concretizza quello che dicevo tempo fa a proposito della cover perfetta, quella che rilegge l’originale un processo what if: “giochiamo a vedere come sarebbe questa canzone se fosse suonata in modo completamente diverso, così”.

Quella cover che magari non viene capita da tutti, come dalle parti di indieforbusiness, ma in cui l’artista fa ciò che dovrebbe sempre fare: creare (o ricreare) invece che fotocopiare.

Questa voce è stata pubblicata il 23 marzo 2013 alle 9:00 AM. È archiviata in Pop '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

6 pensieri su “Vulture versione Sundark and Riverlight: Patrick Wolf e la lezione di autocover

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