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Saldi e riedizioni: i segnali della fine della musica pop

Saldi e riedizioni: i segnali della fine della musica pop – Leggo la notizia della riedizione del primo album degli Interpol, Turn on the bright Lights, e di Mellon Collie and the Infinite Sadness, che dovrebbe  contenere circa 106 tracce (ma dopo Machina II quante altre b-side e rarità può avere la produzione degli Smashing?)

Alla crisi creativa degli ultimi album le due band americane rispondono contemplando il loro passato.

Nessuna novità in realtà: entrando in un negozio di dischi quello che vediamo non sono altro che riedizioni e sconti. Tanti sconti. Ma a me tutto questo celebrare e svendere mi dà da pensare.

Sono i primi segnali della fine del pop.

Da un lato la crisi discografica, e dunque i saldi continui nel tentativo di smaltire gli stock; dall’altro la commemorazione del passato della musica pop, consumata con la smania di cover che anima gli ultimi 10 anni e le continue riedizioni di album del passato.

È come se la nostra cultura avvertisse il senso della fine che incombe e costruisse una sorta di museo del pop dove conservare i cimeli del passato. È una tesi portata avanti da Simon Reynolds, giornalista e critico musicale; ed è una tesi che ho letto un anno fa, ho masticato e che mi sento (ahimé) di sposare ogni giorno di più. E la riedizione degli Interpol e degli Smashing, da tempo bloccati al palo creativo e incapaci di andare avanti musicalmente, me ne ha dato una conferma.

Ne parleremo varie volte, ne sono sicuro. Intanto rifletto e lascio la palla a te: il pop, con i suoi saldi e le sue riedizioni, sta giungedo davvero alla sua fine?

Questa voce è stata pubblicata il 7 ottobre 2012 alle 7:00 PM. È archiviata in Anni Zero, Rock-Indie '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

5 pensieri su “Saldi e riedizioni: i segnali della fine della musica pop

  1. “troppa musica nella tua vita distrugge il ruolo del desiderio ed il piacere della scoperta. Al punto che quando hai l’imbarazzo della scelta, il desiderio si atrofizza e diventi come paralizzato”.

    Nell’intervista di Ema, Reynolds parla proprio di un eccesso di produzione musicale dove la maggior parte dei diy è di qualità scadente, e di come l’unico terreno da esplorare, per unaband affermata, sia quello delle “cose che non funzionano”. Credo che gruppi come Smashing, Skunk Anansie e Interpol abbiano probabilmente paura di indagare in questo senso.

  2. elena in ha detto:

    il primo disco degli interpol è uscito per la matador records e ci può stare una ristampa secondo me. altrettanto preoccupanti sono le varie reunion, persino i beehive si riformano…

  3. ma magari i beehive, quelli interpretati dai protagonisti di bim bum bam e cristina d’avena! sono sempre io, nel frattempo ho aggiornato il nome.

    nel caso degli interpol ci può stare, perché è una ristampa. ma gli smashing, dopo la reunion e quel disco/insulto in questo modo tirano proprio i remi in barca…

    • Sì avete ragione nel dire che le ristampe ci sono e ci sono sempre state. Quello che mi colpisce (e intristisce) però che ormai siano le ristampe più che i nuovi album l’evento che si aspetta di una band. Oceania ha avuto un po’ di eco, ma Teargarden by kaleidyscope è stato ignorato dalla stampa e dal web. Però le ristampe di Gish e Siamese Dream (album questo che adoro, per carità) sono state annunciate, recensite e soprattutto vissute dagli asocoltatori (che poi è quello che ci interessa) come avvenimenti epocali, come pezzi da avere nella propria collezione (prima che il mondo del pop finisca? mi viene da chiedere).
      E poi c’è il pezzo che citi tu, Elena, le reunion che dimenticavo: tantissime in questi anni, tanto che credi di essere stato riproiettato negli anni ’90.
      Reynolds nel suo libro forse ha ragione. Anche se ammetterlo non è certo facile, e anche se, a differenza sua, non credo che ci sia solo revival negli Anni Zero. Lui è un po’ apocalittico, ma cieco per nulla. Per nulla.

  4. Reynolds è certamente un po’ estremista, ma pochi conoscono il panorama musicale nella sua complessità come lo conosce lui. Ho come l’impressione che queste tendenze malate si siano solo moltiplicate negli anni Zero, ma che in realtà sono sempre state presenti in maniera minore. Reynolds lo sa, e il suo sguardo sulla scena non può che essere di disillusione. Quel che è peggio, è che resta difficile mantenere un certo ottimismo, specie quando tu, Daniele, fai analisi così brutalmente veritiere. Il sospetto che ciò che “Simon says” sia vero è sempre più forte.

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