Zen circus – Nati per subire: la recensione

Zen Circus - Nati per subire coverÈ certamente uno dei dischi più attesi in questo autunno indie italiano, ma non è per questo che ho deciso di recensirlo. Lo faccio perché credo che Nati per Subire degli Zen Circus, sia un disco da 7 in pagella. E forse anche qualcosa in più.
Quello dei tre pisani è un disco che conferma l’evoluzione del loro folk-punk “brillantemente grezzo” in un folk-rock che non rifiuta la leggerezza della forma canzone, ma che non accetta per questo commercializzazioni forzate.
Da manuale i primi tre pezzi: Nel paese che sembra una scarpa è quasi epico nel suo incedere. Echi di Morricone si fondono col rock americano anni 90. Il tutto condito da un gran testo malinconico che disegna immagini di rara e cruda bellezza. Una canzone che dà una lezione a Vasco Brondi.
L’amorale è brano molto quadrato, ma è davvero un gran bel singolo. Chitarra acustica in riff costante, cantato irriverente (he, lo so fa strano, a me ricorda i primi Litfiba), melodia a mo’ di filastrocca che entra dritta in testa e parole che si scagliano contro la morale cattolica. Deo Gratias.
A chiudere il terzetto dorato, Nati per subire, che vive del suo gran bel riff di elettrica, in bilico tra il rock americano a cavallo degli ’80-’90 (Pixies) e quella new wave di cui tanto parla la band per descrivere il disco. Decisamente da pollice in sù.
In altra direzione vanno le scanzonate Atto secondo e i Qualunquisti che introducono varietà chiamando in causa  rispettivamente il cantautorato italiano di Rino Gaetano e Ivan Graziani. Peccato solo per il ritornello punk da stadio de i Qualunquisti.
Difficile trovare qualcosa da ridire sulla doppietta successiva. La democrazia semplicemente non funziona è una gran ballata sporca, schietta, grezza, volgare. Un degno incipit a Il mattino ha l’oro in bocca: meravigliosa cavalcata che riprende lo spirito rock-wave delle prime tracce. Ed è così che si tocca uno degli apici di Nati per Subire.
La pura narrazione pura di Franco è smossa da Milanesi al mare, ironica presa in giro che si lascia ballare con piacere, e dalla leggerezza musicale di Ragazzo eroe, che rilegge il sound dei Violent Femmes (Brian Ritchie basso dei Violent ha collaborato con Appino e soci) con un lirismo e una vocalità che ricorda il Jannaci d’annata. E la bellezza di questo disco si chiude con Cattivo pagatore, che potrebbe essere la canzone di Natale per tutti quegli italiani che non arrivano a fine mese e che più che appendere il puntale sull’albero appenderebbero volentieri la testa a un cappio.
Nati per subire è un disco sui Vinti. Solo che laddove i Vinti di Verga rimanevano legati come cozze a tradizioni ataviche, i Vinti degli Zen Circus soffrono del problema opposto: non hanno bussola né direzioni. Non pesa su di loro la zavorra del passato, quanto l’incubo del presente. Un disco generazionale si potrebbe dire.
Un disco che esprime la voglia di comunicare all’Italia tutta, non solo a una sua nicchia; come dimostra il confermato passaggio alla lingua italiana. Spero solo che nel BelPaese ci siano orecchie attente ed educate pronte  ad ascoltarli.
Intanto questo per me è un 7 e 1/2 in pagella.
Questa voce è stata pubblicata il 26 ottobre 2011 alle 10:51 PM. È archiviata in Rock-Indie '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

5 pensieri su “Zen circus – Nati per subire: la recensione

  1. Sto ascoltando “Nati per Subire” da un’oretta e sottoscrivo ogni sillaba del tuo post. E’ un disco maturo, completo, con qualche canzone da urlo (“La democrazia semplicemente non funziona” è di una bellezza rara ed amara). Dedicato a chi sbava per Vasco Brondi e pensa che l’indie sia una questione estetica ancor prima che etica.

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