Indie tapes: il mito della musicassetta nella sottocultura indie

T-shirt tapesGaleotta fu una discussione su Facebook in seguito all’uscita del post Cosa resterà dei nostri CD? L’ App-Album di Bjork.

Da quello scambio d’opinioni un pensiero che da tempo mi girava in testa in modo vago ha preso di colpo forma compiuta. Un pensiero che risponde a una semplice domanda: che senso ha il mito delle musicassette nel mondo indie? 

Una vera e propria rinascita per la musicassetta. Stampata su t-shirt e spillette di mezzo mondo; diventata portamonete, rigorosamente handmade, sui banchi di Camden; fonte d’ispirazione per una borsa firmata Jason Amendolara per Fred & Friends; materia artistica per Iri5 che compone ritratti di artisti rock co nle spire del nastro magnetico; supporto USB per i nostalgici degli anni ’80-’90. In cotale bailamme c’è anche chi, come l’etichetta indipendente on2side, dà concretezza alla proposta delle maglie di Ian Stevenson, Save the tapeproducendo nuovi artisti su nastro: ma è innegabile che il trend investe principalmente la moda e le pratiche vestimentarie, prima ancora di quelle musicali.

Così un oggetto musicale del nostro passato recente si è trasformato in icona della nostra moda presente.

Ciò che trovo curioso è che questo mito nasce proprio in quella sottocultura indie che fa della conoscenza musicale uno dei suoi tratti distintivi. Un conto è idolatrare i vinili, che hanno non hanno solo un valore vintage, un altro è idolatrare un supporto così scadente, che così poco ha dato alla storia della musica in termini di qualità e che così poco darà in termini di memoria musicale. Pensa a quanti nastri rovinati, distrutti lasceranno note, voci e canzoni perse nelle pieghe del tempo…

Ma faccio un passo indietro. Non si analizza il mito inforcando gli occhiali della logica e della razionalità, pena la sua totale incomprensione. Criticare la qualità delle musicassette è come sparare sulla crocerossa, e si finisce per non vedere dove sta la valorizzazione del nastro.

Come avviene nel mondo del beverage per le lattine, le musicassette hanno acquistato una valorizzazione vintage, sia in quanto portatrici di un’estetica passata (e questo lo sappiamo tutti), ma soprattutto (e qui sta il punto!) in quanto portatrici di pratiche passate: ricordo adolescenziale di sere passate  a registrare radio – alternative e non – su supporto magnetico. Sere passate con le orecchio puntate su una cassa dell’hi-fi e con le dita in pole-position sperando di trovare il pezzo giusto alla radio, e fissarlo sulla memoria labile della propria personale compilation. Il tutto secondo quella logica DIY così lega legata al mondo indie e così lontana dalla comoda logica del supermercato musicale che anima iTunes e i suoi adepti.

Ed è soprattutto questo il  motivo alla base del revival delle musicassette nell’era della digitalizzazione musicale. Musicassette come vessilli di identità per chi si oppone (simbolicamente) ai dettami del mercato mainstream e cerca nel passato e nel ruolo attivo dell’ascoltatore le risposte agli stimoli del presente digitale.

Questa voce è stata pubblicata il 8 ottobre 2011 alle 1:59 PM. È archiviata in (sub)CULTure, Anni Zero, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

6 pensieri su “Indie tapes: il mito della musicassetta nella sottocultura indie

  1. Mi sembra un bell’atto simbolico di resistenza alla digitalizzazione, o più in generale al modo di usufruire della musica nella nostra era.
    Restano e resteranno molto più marginali le musicassette rispetto ai vinili, come già ben spiegato nel post. Difficile una loro nuova affermazione, anche se con i revival bisogna sempre fare attenzione.
    Personalmente le ho superate del tutto, troppo preziosi quei “maledetti” dischi neri…

    • Concordo, quanto è fulgido e sibillino il fascino nero di quei vinili…🙂
      Sì vero, le musicassette avranno senso solo in questa logica del revival e dell’opposizione simbolica. Dalla loro però, se ci pensi(amo), hanno avuto il merito di rendere la pratica dell’ascolto della musica leggera e itinerante; pensa ai mangianastri: in questo senso sono gli antesignani dell’iPod…
      Anzi sai che ti dico? Mi sa che da domani ricomincio ad usarli al posto dell’iPod😉

      • Totalmente d’accordo anche in questo! Per me le cassette erano preziosissime, sia quelle composte da me sia quelle ricevute dai compagni di scuola; fondamentali per arricchire i propri ascolti!
        Il grande vantaggio era intrinseco: con la cassetta ed i suoi limiti di contenuto si prestava molta più attenzione alla musica, focalizzando l’attenzione in maniera più intelligente evitando un ascolto dispersivo, come accade con una playlist digitale di solito gonfiata di titoli (che fa figo, va detto!).
        Ci vorrebbe un blog intero per addentrarci sulle modalità d’ascolto…ma se c’era un vantaggio per gli ascoltatori all’epoca, credo sia stato questo.

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  4. donato in ha detto:

    Personalmente, ho ancora custodita, proprio per la sua fragilità come hai descritto nel post, una cassetta con la mia voce da bambino registrata, oltre ovviamente alle innumerevoli copie di cd che per me erano costosissimi all’epoca. Probabilmente in digitale sarebbe un file perso chissà in quanti millemilagiga di hard disk. Ecco, io credo voglia dire questo l’immagine della cassettina stampata ovunque, come lo è quella dei vinili, l’immagine di un’era e di una generazione di mezzo (tra i vinili, appunto, e i cd masterizzati) che chi ha vissuto ha voluto e saputo valorizzare. A suo modo, visto che ormai della sua funzionalità primaria se n’è perso effettivamente il bisogno. E poco mi importa se i nuovi indie non ne sanno nulla e ci vedono solo un trend. Mi farebbero un po’ pena, sinceramente. A me resta solo, come dice Francesco e concordo, un diverso approccio alla musica, più simile al vinile che al digitale.

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