MFF – David Byrne e la lezione di performing art

David Byrne e la lezione di performing artMilano, Parco Sempione, 1:00 am. Non pago della visione di Miroir Noir degli Arcade Fire, decido di godermi un secondo documentario musicale targato Milano Film Festival.

Ma non uno qualsiasi. Bensì Stop Making sense, quel capolavoro del 1984 dedicato a David Byrne e ai suoi Talking Heads.

Sempre visto su youtube in piccoli pezzi e sempre amato. Ma vederlo per intero (su un maxischermo) mi ha ricordato il vecchio motto della Gestalt per cui il tutto è più della somma delle sue parti.

Stop Making Sense è, a  ragione, uno dei più apprezzati documentari musicali. E questo per varie almeno 3 ragioni:

1) Quella che certamente mette d’accordo più persone, è: per la grandezza della band e delle sue canzoni. I Talking Heads sono stati tra i principali interpreti della new wave newyorkese di fine anni ’70 e del suo progressivo spostamento verso i territori del funk, della world music e della musica nera: un processo interessante visto che la new wave è tra i generi che più si allontana dall’inevitabile radici nere del pop-rock, tanto da essere considerata, insieme alla techno, una musica bianca.

2) Altra motivazione evidente ma meno ovvia è: la mano del regista. Quel Jonathan Demme che 10 dopo firmerà film come The silence of the lambs e Philadelphia.

3) Ma il valore aggiunto di questo documentario ha a che con David Byrne, e con la sua performance.

E non a caso, a dispetto della bellezza dell’interpretazione corale di un pezzo da 90 come Burning down the house, a rimanere indimenticata (e a essere dell’intero lotto il video più cliccato su YouTube) è l’epocale versione live di Psycho Killer. David, con gli occhi sbarrati, si lascia accompagnare soltanto dalla sua chitarra e da uno stereo che passa un beat urban molto eighties; per poi concludere il brano con un’interpretazione che ricorda la mimica di Jean-Paul Belmondo nel finale di Bretahless, film diretto da Jean-Luc Godard e scritto in collaborazione con Truffaut.

L’idea è quella di assimilare la musica a un’altra arte performativa: il teatro, come dimostra la decisione di azzerare l’interazione col pubblica – tipica dei concerti pop e non delle rappresentazioni teatrali – e di puntare i microfoni solo sul palco, tanto da far passare inosservato il numeroso pubblico holliwoodiano.

Ed è così che Byrne mette in piedi una lezione su come si sta sul palco che insegna tanto non solo a molti musicisti, ma anche a gente che calca i palchi teatrali per professione.

A questo punto posto il video. Occhi aperti e buon apprendimento.

Questa voce è stata pubblicata il 17 settembre 2011 alle 8:30 PM. È archiviata in Preistoria '70-'80-'90 con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

5 pensieri su “MFF – David Byrne e la lezione di performing art

  1. Pingback: Fenomenologia del tassista milanese | MirtillaMalcontentaMarzulla

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