Blonde Redhead @ Carroponte: noi che eravamo rockettari negli anni ’90

Una vecchia foto di Simone, Amedeo e Kazu

Cosa induce molte band nate sotto la stella del Rock a virare verso il Pop? Cosa le induce a mollare le asperità sonore degli esordi per tuffarsi in un mondo fatto di molte tastiere e poche chitarre?

È una domanda che mi pongo spesso. Che mi salta in mente ascoltando l’elettronica dei Radiohead, e recentemente ascoltando il pop acido dei Verdena; e che è riaffiorata nella mia mente andando al concerto dei Blonde Redhead al Carroponte.

È l’8 settembre e decido di bidonare Milano e la sua Vogue Fashion Night per andare a Sesto San Giovanni per un po’ di sano “Rock”. ‘ Già Rock. Ma quando Amedeo, Simone e Kazu entrano in scena gli strumenti sul palco sono due tastiere e una batteria.

In realtà non dovrei stupirmi: ho ascoltato e apprezzato lo shoegazer agrodolce di 23, e ho dato un’orecchiata anche al più recente Penny Sparkle, con il suo electro-pop sognante; ma per la mia testa i Blonde Redhead rimangono quei figliocci dei Sonic Youth che hanno firmato album ruvidi come La mia Vita Violenta (1995) e Fake can be just as good (1997).

In virtù di questa evoluzione sonora, il concerto, dal livello qualitativo elevatissimo, è un continuo alternarsi di Amedeo e Kazu tra chitarre (passato) e tastiere (presente). Ed è durante l’ora e mezza di concerto che mi è affiorata per la testa la domanda che apre il post:

Cosa induce molte band nate sotto la stella del Rock a virare verso il Pop? (Pop d’autore si intende)

Io avrei due ipotesi:

1) è un fenomeno legato alla maturità anagrafica: il rock e il punk interpretano un ribellismo giovanilistico che non resiste al passare degli anni.

2) è un fenomeno legato al passaggio dagli anni ’90 agli anni zero, anni dominati dalla contaminazione di generi e impassibili al fascino dei guitar-hero.

E tu cosa ne pensi?😉

Mentre ci rifletti su o ti tuffi nella scrittura di ciò che gira nella tua testa da tempo, ti lascio con la canzone meglio accolta dal pubblico del Carroponte: 23, singolo d’esordio dell’omonimo album, e brillante esempio di come lo shoegaze non sia affatto morto, che entra dritta dritta in My Zerolist 😉

Questa voce è stata pubblicata il 11 settembre 2011 alle 8:41 PM. È archiviata in Anni Zero, GoodbyeLive, My Zerolist, Preistoria '70-'80-'90 con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

4 pensieri su “Blonde Redhead @ Carroponte: noi che eravamo rockettari negli anni ’90

  1. e se fosse anche un sano “si sono a metà fra l’indie e il commerciale, vorrei a 40 anni guadagnare qualcosa quindi faccio un disco pop”. Sano istinto monetario?

  2. È una domanda che mi sono posta anch’io. Ho pensato forse la noia, ma non credo sia umanamente possibile stancarsi con la vastezza della musica rock con i suoi generi e sottogeneri. Purtroppo una risposta non l’ho trovata ma credo che il punto 1 possa essere possibile, anche se solo in parte, diciamo che riguarda la persona specifica. Bisognerebbe capire nella fattispecie se il suo “periodo” era solo ribellione o è continua passione. Io sono una nostalgica e rimango come sempre assuefatta dai guitar hero.

  3. elena in ha detto:

    fin dai primi dischi dei blonde redhead si può vedere quanto siano legati alla melodia (tipica del pop) e alle costruzioni armoniche. mi viene in mente “girl boy” che potrebbe stare benissimo nell’ultimo disco (magari con un arrangiamento diverso).
    io penso sia soltanto una questione legata alla maturità artistica, non certo economica.
    è normale voler provare nuovi arrangiamenti, nuovi strumenti e nuovi stili. nonostante questo hanno sempre mantenuto, fin dai primi dischi, una coerenza, non so come definirla, spirituale/sentimentale/emotiva. le loro atmosfere malinconiche sono solo loro, non dei sonic youth nè di nessun altro gruppo degli anni 90. questo li rende unici.

    • In generale la tua risposta, Roby, ci sta. Per molti artisti rock il passaggio al pop (non a quello becero) rivela una volontà di piacere, di aprirsi al grande pubblico, assumendo una grammatica musicale più commestibile per tutti. Ed è una scelta che non critico, anzi: perché rivela l’anti-snobismo di una band che non ritiene l’elitarietà per forza un valore aggiunto. Però nel caso specifico dei Blonde Redhead forse ha ragione Elena. Per come è “confezionato” Penny Sparkle non la vedo tanto una questione di “istinto monetario”.

      Su quello che dici tu, Elena, assolutamente d’accordo. Coerenza col passato ce n’è, né si può mettere in dubbio la loro unicità. Però è innegabile che la lenta e continua evoluzione li abbia portati, passo dopo passo, in territori molto lontani.

      Per te&Frances è maturità musicale eh?
      Sì anche io penso più per questa. Anche se, in relazione al secondo punto, sto cercando di fare mente locale per capire se questo discorso è generalizzabile per tutti i decenni del pop-rock…:-/ Ci penso su un po’…😛

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