Dai garage degli Anni Zero (1): gli Arctic Monkeys e la corsa verso l’America Stoner

Don't sit down cause I moved your chairGli Anni Zero sono gli anni del ritorno delle garage band. Gruppi cresciuti nei garage a pane e tubi di scappamento (The Arctic Monkeys) o gruppi cresciuti nei party a tartine e caviale, ma che si atteggiano come se fossero cresciuti nei garage a pane e tubi di scappamento (The Strokes).

Così, ho pensato di parlare un po’ del fenomeno in varie puntate.

Tappa di oggi sono gli Arctic Monkeys, del cui video Brick by Brick avevo parlato qualche post fa.

Gli Arctic sono la classica band che deve il suo successo al buzz di internet; un mormorio che però non nasce ingiustificatamente. Sin dal primo demo i ragazzi di Sheffield mostrano di sapere esattamente cosa fare e come farlo. Batterie tirate, melodie orecchiabilissime, chitarre che si intrecciano in riff stile Beatles in fast forward e testi dall’ironia smaccatamente british. Nel 2006 Whatever people say I am, that’s what I’m not con il suo milione di copie vendute in 8 giorni è il caso della discografia mondiale. Un manifesto di un genere, il garage rock… se solo di genere si potesse parlare.

Oggi, però, a 5 anni di distanza gli Arctic Monkeys sono ancora qui, e molti – io in primis – non ci avrebbero scommesso molto. A differenza degli Strokes e degli Yeah Yeah Yeahs, caduti modo nei suoni plastici e patinati, e a differenza dei Franz Ferdinand caduti nell’oblio, gli Arctic Monkeys hanno saputo evolversi  liberandosi da quella scomoda e poco chiara etichetta di garage band .

E lo hanno fatto marcando le sonorità seventies, ma soprattutto seguendo le vie della polverosa America e dello stoner rock; derivazione psichedelica e Made in Palm Desert del metal più punk e meno virtuoso. Prima con Humbug, con la produzione affidata al santone del genere, Josh Homme – leader dei Kyuss prima, dei Queens of the stone age poi – e ora con il nuovo Suck it and see (che titolo!). Stavolta, niente Homme in cabina di regia; ma la lezione americana del maestro si sente eccome:  e la linea di basso stoner del primo singolo è qui a testimoniarlo.

Tanta America vero, ma l’ironia dei testi rimane apertamente british. E il titolo è qui a testimoniarlo: ascolta Don’t sit down, cause I’ve moved your chair e poi dimmi se pensi che siano ancora una garage band di mocciosi targati Anni Zero.

Questa voce è stata pubblicata il 15 aprile 2011 alle 11:34 PM. È archiviata in Anni Zero, Rock-Indie '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

5 pensieri su “Dai garage degli Anni Zero (1): gli Arctic Monkeys e la corsa verso l’America Stoner

  1. Dodo in ha detto:

    Carinuccina… un 6 stringato.

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