Gli Anni Zero, gli apocalittici, gli integrati e il fenomeno del piano solo

Giovanni Allevi

Allevi, Einaudi, Yiruma. Sono solo alcuni nomi di punta di quel genere che nel corso degli ultimi quindici anni ha colonizzato il mondo musicale e che nelle nostre playlist iTunes usiamo chiamare: Piano Solo.

Un fenomeno di successo che, come accade sempre con il pop, ha diviso pubblico in due fazioni: gli apocalittici da un lato, gli integrati dall’altro.

La squadra degli apocalittici è composta pianisti di vario tipo; gente che con la musica ha a che fare tutti i giorni, per passione e non solo. Motivo del loro odio è che Allevi, Einaudi & co.  si pongono come alfieri di una nuova generazione della classica, di cui non sarebbero lontanamente figliocci, e nel farlo la commercializzano, la imbarbariscono, rendendola pop. Insomma, gli apocalittici si arrabbiano come mi arrabbio io quando uno spot vuole farci credere che il San Crispino è diverso dal Tavernello.

Eccolo, l’incubo del pop; un incubo figlio della sopravvalutazione della differenza tra musica popular e musica classica. Gli apocalittici dimenticano che anche Bach, Mozart e compagnia bella facevano musica funzionale ad avere successo; anche loro avevano attorno una macchina di produzione non dissimile dall’industria discografica moderna. E anche i compositori del passato si ispiravano a motivi della musica popolare, basti pensare alle Rapsodie ungheresi di Liszt.

Il problema non è il pop; perché se un pianista di formazione classica ammette di ispirarsi ai Beatles e i primi Pink Floyd – è il caso di Einaudi – è solo un gran bene. Conosco molta gente che, pur ascoltando musica popular, quando torna al suo pianoforte cancella tutto quello che ha ascoltato dicendo: “sono due cose da tenere separate: una è sacra, l’altra è profana”. Idiozie! Vittime inconsapevoli dell’ideologia borghese sottostante all’educazione alla musica classica: letta come un percorso di sacrifici (in tempo e in denaro) in cui istinto, immediatezza e diletto personale sono messe da parte.

Questo per dire: il mondo classico dovrebbe abbandonare lo snobismo verso il pop, e casomai, chi vuole, come vuole, dal pop potrebbe prendere il meglio. Il che non significa affatto che sulla questione Allevi e Einaudi io sia d’accordo con gli integrati. E questo per due motivi:

1) Innanzitutto perché Allevi&co. dal pop non hanno preso il meglio, ma l’easy listening smaccato.

2) Perché non credo al fatto che la loro musica avrebbe la funzione sociale di avvicinare “le masse” alla musica classica. Questo avvicinamento, infatti, non è per nulla scontato e anzi molto improbabile, dato che la loro grammatica musicale è pop, non classica – durata di 4 minuti, uso di melodie che fungono da inciso, strofe con variazioni minime e alzate di tono .

Insomma, quello che non trovo sensato nella polemica tra gli apocalittici e gli integrati del caso Allevi è tutta la polemica in sè🙂 Non mi sento di criticare Allevi ed Einaudi per difendere la musica classica, perché loro non fanno musica classica e il loro successo, infatti, non ne inficia le vendite.

Se voglio criticarli, piuttosto che farlo per  difendere una casta, punterei sul fatto che spesso i loro brani sono stucchevoli e tutti molto simili. Sul fatto che la semplicità spesso è un bene, ma se fai sempre composizioni di 4 note centellinate con parsimonia l’effetto carillion è assicurato (non a caso uso Einaudi per dormire nei lunghi viaggi in autobus😛 ). Punterei sul fatto che, partiti da intenzioni non cattive, col tempo tutti e due si sono sempre più appiattiti a un canone di successo, limitando i colpi di coda per fornire un prodotto patinato e quadrato.

Ma gli apocalittici di questo parlano poco, e preferiscono comparare gli scempi del piano solo in salsa pop con i fasti della classica; non capendo che proprio nel compararli (poco importa se per sancire i meriti e i demeriti) finiscono per tenerli insieme e per legittimarne la fratellanza.

Questa voce è stata pubblicata il 18 marzo 2011 alle 7:36 PM. È archiviata in Anni Zero con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

6 pensieri su “Gli Anni Zero, gli apocalittici, gli integrati e il fenomeno del piano solo

  1. condivido e dirò di più: se suoni allevi o einaudi puoi apprezzarne la melodia, quelle variazioni minime e alzate di tono, come dici tu. Ma ad un certo punto provi noia, non nelle orecchie ma nelle dita.
    Se suoni un classico…senti le dita che danzano, fremono, si scaldano.

  2. andrea in ha detto:

    Pani ha perfettamente ragione, dopo un pò il suonatore si sente un robottino programmato.
    Fermo restando che allevi einaudi, tiersen …. sono comuqnue vincolati alla logica di vendita che oggigiorno premia il semplice e l’immediato, vogliamo riconoscere come einaudi sia più fantasioso, “impegnato”, rispetto ad un allevi statico e impantanato nelle sue 3 note in croce, quasi come fosse una slot-machine di las-vegas? Ma questa è la carta vincente, per cui a livello pop allevi ha più successo di un einaudi sperimentatore.

    • @Pani: mi manca l’esperienza diretta da pianista ma capisco cosa intendi. Allevi ed Einaudi suonano come la narcolessia di falangi, falangine e falangette.😛
      @Andrea: concordo sulla preferenza per Einaudi. Meno sull’idea di definirlo sperimentatore. Parafrasando Savino: “Ogni volta che un Einaudi è definito sperimentatore uno Stockhausen all’estero muore di crepacuore!”😀 Si scherza!
      A tutti e due comunque: Benvenuti su Gbø!😉

  3. Ma va che bel blog! Adoro la musica, vivo di musica… Senza suonarla però, sono incapace… Sono solo capace di ascoltarla, in quasi tutti i suoi generi.

    Condivido quello che hai scritto, anche se a me tante di queste canzoni mi fanno letteralmente impazzire. Spesso 4 o 5 min. delle loro note mi mandano in brodo di giuggiole, dipende anche dal contesto, dalle emozione che provo in quel determinante momento della vita.

    E’ il bello della musica, che a volte tocca le corde giuste dell’animo anche se parte da un piano commerciale studiato a puntino.

    Il brutto arriva invece quando tanti artisti non evolvono e fanno sempre canzoni con lo stesso ritmo, fatte con lo “stampino”, tutte simili e che non dicono niente di nuovo, con la scusa che quello è il loro stile…

    Continuerò a seguirti!

    P.S.: Mi manda Glory11.

    • Un grazie a te vicozzarecords per l’entusiasmo e il complimento; un altro a Glory11che ti ha fatto sbarcare qui. D’accordo sulle emozioni. Questo è il lato bello della musica di Allevi ed Einaudi: aver sdoganato quella dolcezza pianistica che il pop non aveva mai sondato. Purtroppo quel singolo brano che da solo sarebbe una perla, messo in fila con gli altri, identici – stesso colore, forma, peso – dà l’idea di una noiosa collana tutta uguale. Ed è così che ogni perla risplende della stessa luce.

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