Elisa impara l’arte delle cover… e la mette da parte.

 

Una settimana fa ho ascoltato la cover di Elisa di 1979 degli Smashing Pumpkins e il mio pensiero è volato verso due lidi:

1) La canzone originale, capolavoro pop-rock che dà perfettamente forma alla malinconia e all’inquietudine giovanile.

2) E a un’altra cover che illumina la discografia di Elisa: Almeno tu nell’universo.

Poi il pensiero è tornato indietro, portando con sé qualche riflessione su Elisa, 1979 e l’arte delle cover.

All’indomani della pubblicazione di Ivy, raccolta di successi della cantautrice friulana, ho letto molte opinioni discordanti sulla sua cover di 1979: chi grida al miracolo (probabilmente perché affetto da otite) e chi allo scandalo, con frasi come “gli Smashing non si toccano”.

Per non perdere tempo partiamo dal giudizio finale, per tentare di risalire a ritroso il corso delle cause. La cover di 1979 di Elisa non è affatto riuscita. Più interessante è invece chiedersi: “perché?”.

Il punto non è che “gli Smashing non si toccano”. Toccateli, anzi dico di più, toccateli più che potete, perché farlo è un modo per rendere merito a una band che ha fatto grande il rock americano anni ’90. È infantile stabilire a priori che ci sarebbero delle band e delle canzoni che “non possono essere coverizzate”. Questa è idolatria, non musicofilia.

Il punto è che una cover deve dire qualcosa di nuovo e di diverso, deve cogliere un aspetto mancato o irrisolto della canzone originale, fino a renderla un’altra canzone.

Come fa Cat Power con le sue cover, Silver Stallion su tutte. Come hanno fatto gli A Perfect Circle con Imagine. E come fece, a suo tempo Elisa con Almeno tu nell’universo.

Sì perché Elisa aveva dimostrato di conoscere perfettamente l’arte delle cover. Almeno tu nell’universo, una delle più belle canzoni delle canzoni delle musica italiana, scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio e meravigliosamente interpretata da Mia Martini, è una canzone che fa della rabbia e della forza vocale le sue caratteristiche distintive.

Elisa, invece, prima nella versione apparsa nella colonna sonora di Ricordati di me, e poi ancor di più nella sublime versione acustica apparsa su Lotus, aveva trasformato quella rabbia in una delicata malinconia, dando prova di cosa significa fare cover: riscrivere una canzone fino a renderla altro da sé.

Tutto ciò che non fa Elisa in 1979, in cui quasi tutto è copiato con la carta carbone, finanche il gioco di drum machine all’inizio del pezzo. Col risultato che la similitudine mette ancor più a nudo le differenze non volute nella produzione artistica: da un lato la classe di Flood e Alain Moulder, dall’altro la banalità italica delle chitarre acustiche e del pianoforte dai suoni limpidi degni di Laura Pausini.

Una cover che si colloca in quella parabola discendente che caratterizza la discografia di  Elisa da Pearl Days in poi. Ma soprattutto, una cover che Elisa ha fatto tanto per fare, senza però che avesse davvero qualcosa da dire. E come dice mia nonna Sisina: “quando non hai nulla di buono da dire faresti meglio a stare zitto”.

Sisina docet, Elisa disimpara.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 febbraio 2011 alle 7:39 PM. È archiviata in Pop '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

14 pensieri su “Elisa impara l’arte delle cover… e la mette da parte.

  1. francesca in ha detto:

    elisa fece un’altra meravigliosa cover, non so se ufficiale, che cantò al concerto del primo maggio del 2001(se non sbaglio), in cui sbalordì tutti con una stupefacente interpretazione di ‘Redemption Song’ di bob marley..ne consiglio a tutti l’ascolto se non è nelle vostre playlist😉

  2. rossella in ha detto:

    Avrà voluto dare un’altra versione, come aveva provato in ALMENO TU NELL’UNIVERSO, più melodica, con un pessimo risultato. Per quanto nel brano, reso famoso dalla Martini, fosse riuscita ad esprimere in egual modo il senso della canzone anche in una versione più acustica e melodica, questo non le è riuscito nel brano 1979 in quanto sembra sia diventata una “canzoncina” da teenagers che canticchiano le canzoni senza saperne il significato. Elisa è una strepitosa cantante ma effettivamente questa cover lascia un pò a desiderare…..che nn l’avesse mai fatta!!

  3. Temost in ha detto:

    Volo pindarico: Gli Smashing Pumpkins che coverizzano Never let me down dei Depeche Mode, rendendo intimo quello che in origine era epico.

    • Grazie rossella: dici una cosa verissima, che io avevo tralasciato nel post, e mi dai il Là per parlarne qua nei commenti. Ora, io non voglio fare la Grazia De Michelis che scassa le palle con l’interpretazione, ma 1979 è un pezzo dannatamente serio e triste. Ci sono ragazzi che non immaginano dove riposeranno le loro ossa, c’è una città deserta iniettata di morfina, c’è Justin che se la fa con gli sbandati tossici. Insomma cara la mia Elisa – scusate la volgarità ma a volte è sana e necessaria – non c’è un cazzo da ridere! Non c’è speranza in questa canzone, che infatti finisce dicendo “as you can see there’s no one around”. Non c’è nemmeno lo spazio per la disperazione, ma solo per la desolazione e la rassegnazione. Per la gioa e la spensieratezza no, cara Elisa.
      @ francesca: la cover l’ha cantata nel 2002 se non sbaglio, mentre sono sicuro che è edita nel singolo di Broken. è carina, ma a essere onesto non la trovo fantastica, proprio perché poco diversa, voce a parte ovviamente😀
      @Temost: apprezzo il volo e ti dico: che pezzo! Tra l’altro molto The Cure, ed è forse questo sonorità simil-Cure che ha fatto sì che una band come gli Smashing potessero vedere nei Depeche una fonte di ispirazione. Comunque tra le due preferisco l’epicità. Non so tu che dici in proposito…🙂

  4. Orgi in ha detto:

    GbO ad Amici 2012! Lo pretendo! Altro che Celentano vs Garofano, si scatenerebbe l’inferno!
    comunque a me Elisa è sempre stata un pò sulle balle quindi non posso che essere d’accordo con te. Bocciata!

  5. Noxius in ha detto:

    La critica può starci: è ben motivata e più o meno condivisibile. Personalmente apprezzo 1979, ma trovo molto più riuscite I never came o Mad World proprio per i motivi da te elencati.
    Elisa mi è sempre piaciuta nelle cover, ma è indubbio che ci siano pezzi che in effetti sembrano cantati per il semplice “piacere” di farlo e non per un messaggio sentito vero e proprio. Non c’è niente di sbagliato né di anormale in questo.

    • Ciao Noxius, innanzitutto benvenuto o passato di qui! Apprezzo molto il tuo commento perché mostra un’intelligenza, una pacatezza nei toni che spesso noi fan non abbiamo quandi si parla dei nostri artisti preferiti. Quindi complimenti! Detto ciò, non ho ascoltato I never came… ma a questo punto la vado proprio ad ascoltare!😉 Ci vediamo per il prossimo post su Elisa, o forse prima😉

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