Wow (disco 1): la recensione di Gbø.

Cover WowSe dovessi trovare uno slogan per spiegare l’evoluzione dei Verdena proporrei: Catch me if you can.

Roberta, Alberto e Luca corrono; seguono piste sempre nuove; scappano proprio laddove non ti aspetteresti che andrebbero. E lo fanno per buggerarti. Per dirti non saremo mai come volete voi.

In realtà, è vero – come insegnano i biologi – che le evoluzioni non sono continue ma procedono per balzi, fughe, ma è anche vero che nel caso dei Verdena ogni disco contiene delle tracce che ci mettono sulle piste dell’album successivo. Se ne Il Suicidio lo stoner di Elefante (e tutto l’EP in genere) e lo stoner’n’roll di Logorrea anticipano la svolta di Requiem; in quel Black Album che è Requiem si possono trovare molti frammenti che poi andranno a comporre quel White Album verdeniano chiamato Wow: basti ascoltare lo spanish-space-folk di Canos, che riecheggia nelle chitarre di Per sbaglio, e la ballata Trovami un modo semplice per uscirne, in cui per la prima volta i tre bergamaschi non hanno avuto paura d’essere pop.

In pratica, per gli ascoltatori attenti Wow sì qualcosa di originale, ma non è né una rivoluzione, né una pisciata fuori dal vaso. E considera che su questo abbaglio sono caduti più di metà dei recensori verdeniani.

Ma parliamo del disco in sé. Del primo per la precisione.

Wow comincia con uno dei pezzi più pop della storia dei Verdena: Scegli Me. A guidare il brano è la voce, incorniciata dal mellotron e movimentata da un drumming scoppiettante. Bel pezzo, che però finisce un po’ troppo presto, mentre sarebbe stato liberatorio un finale aperto giocato proprio sulle parole “Scegli me”. Ma l’ho detto i Verdena buggerano, e hanno paura di sfornare pezzi troppo quadrati e singolabili.

Loniterp è uno dei pezzi migliori dell’album. La prima parte potrebbe stare benissimo nel Suicidio o in Solo un Grande Sasso: riff wave semplice ma efficacissimo e melodia sognante e malinconica. Poi arriva il ponte stoner, ed è così che il pezzo scivola negli anni ’70 tra cori deliranti, percussioni e fisarmoniche. Dagli Interpol ai Jennifer Gentle. Brano da 8 in pagella, e forse più.

Per sbaglio è molto Requiem, soprattutto per l’uso dei ride da parte di Luca (che richiamano Il Gulliver) e per le chitarre à la Canos. L’arrangiamento convince, peccato per le prime strofe troppo lunghe e per quel bel ritornello – che pare masticato dagli A Toys Orchestra – che non torna più. Molto Requiem è anche la successiva Mi Coltivo: chitarra stoner, drum machine cattiva, cori (ancora!) degni de Il Gulliver; il tutto per un pezzo che fa il culo ai Muse!

E dopo tanta cattiveria, l’inquietante dolcezza di Razzi Arpia Inferno e Fiamme ci sta che è una meraviglia. Riff di acustica, testo infernale, batteria tambureggiante (senza retina sotto al rullante), hand-clapping generoso e cori in stile In Rainbows. Testa tra le nuvole, cuore all’inferno e pollice in alto.

Dopo il passo falso di Adoratorio, che tenta invano di trasformare in canzone una bella intuizione di Roberta al basso, arriva Miglioramento: gran brano in cui una strofa dalla melodia mai così Verdeniana incontra un basso (made in Alby) in stile Queen, una batteria à la Mgmt, per poi sfociare in un prog caramelloso che esplode in un coro arioso e memorabile (“Avrai un mondo così fragile”).  Da notare che “Ora puoi il fisico ce l’hai” diventerà la nuova “Mi affogherei”.

Il nulla di O. incuriosisce per il suo basso stoner, gli intermezzi deliranti, ora rumoristici ora seventies pop, e il testo carino (“E non serve esser sani se poi vivere è tragico”), ma se non ci fosse nell’album non sarebbe affatto un dramma. Meglio Lui gareggia, con Alberto che spodesta Roberta e confeziona col fratello un bel grunge tamarro e un po’ sghembo.

Da qui Roberta sta ferma qualche giro: così arrivano Le Scarpe Volanti, che nasce da un synth di Luca e ricorda gli Mgmt di Weekend wars; e quel valzer pop che è Castelli per aria. Ma è Sorriso in Spiaggia (soprattutto la parte 1) a rialzare il tono del disco: un pezzo che sa di sabbia assolata, di viaggi in macchina infiniti, e che per la prima volta porta un po’ (un po’ ho detto) di gioia nel mondo dei Verdena.

Riassunto: un primo disco variegato e godibile, con un effetto però un po’ “Sali e Scendi”. Si va sù con Miglioramento, RAIF, Loniterp, Sorriso in spiaggia part.1, e si va giù con Adoratorio Il nulla di O….

Leggi la recensione del secondo disco di Wow.

Questa voce è stata pubblicata il 12 febbraio 2011 alle 5:50 PM. È archiviata in Rock-Indie '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

12 pensieri su “Wow (disco 1): la recensione di Gbø.

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  3. E pensare che Adoratorio è una delle mie preferite😀

    • Ahah In questo caso gli snob (tanto per fare vedere che sanno un po’ di latino) direbbero: “De gustibus” (nota bene che non continuano mai la frase perché non sono sicuri di come finisce).😉
      Io ti dico: i suoni sono davvero belli, ma secondo me non regge il formato canzone strofa-ritornello ripetuto due volte. E dire che degli ultimi verdena critico proprio la loro paura di fare ritornelli… poi però finiscono per rendere una canzone “quadrata” uno strumentale, che a rigor di logica dovrebbe essere più libero da schemi. In questo senso, l’effetto sbadiglio mi ricorda i Placebo di Bulletproof Cupid.

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