Damo il breve. Quando a performance finita dici: “Breve ma intenso”.

Damo SuzukiL’avevo presentato qualche post come uno dei concerti più significativi di questo gelido gennaio bolognese, dunque non potevo predicare bene e razzolare male: dovevo assolutamente andare al concerto di quel messia del rock chiamato Damo Suzuki.

Se ieri sera non c’eri perché eri malato, perché non conosci Damo, perché eri a corto di soldi o perché non abiti a Bologna, eccoti il racconto/resoconto del concerto.

Alle 22 del 21 gennaio, puntuale come un orologio svizzero di nome ma calabrese di produzione, ero davanti al cancello del Covo ad attendere un’iniezione di sano free rock, insieme a un gruppo sparuto di giouvini e non più giuovini.

Ad aprire il concerto sono gli Hobocombo, tre hobo, sardi di nascita, veronesi d’adozione e bolognesi per una sera, che nel loro vagabondare sembrano essere passati, idealmente o fisicamente, dagli States. Il loro, infatti, è un bel jazz rock di matrice americana che giureresti d’aver sentito in qualche documentario sputnik sulla beat generation.

Il pubblico apprezza, applaude, incoraggia. Dal canto mio, pollice in su per la loro mezz’ora di show

Ma a far perdurare il mio American dream è un’altra visione. Cinque loschi figuri a me noti si fanno strada tra il pubblico. Sembrano Damo e il suo gemello, Marilyn Manson, Thurston Moore e un Lemmy in miniatura, insieme per dare vita alla versione statunitense del network di Mr. Suzuki. In realtà Marilyn è Manuel Agnelli – giuro è vestito e truccato uguale! – e si posiziona dietro le tastiere; il mini-Lemmy è Xabier Iriondo, che siede dietro un sitar elettrico; il sosia di Moore è Enrico Gabrielli, accompagnato dai suoi fiati; mentre il secondo Damo risponde al nome di Cristiano Calcagnile, specializzato in bacchette e tamburi.

Al centro Damo, quello vero. Ed è un suo balzo a dare inizio al concerto.

La voce non sale mai in alto come il suo salto – che vuoi l’età è quella che è – ma incanta sempre. Canta senza fermarsi un momento, senza lasciare spazi vuoti, alternando registri medi a toni che mi ricordano il nano di Twin Peaks. Ascoltarlo è emozionante!

I compagni non sono da meno. Iriondo tormenta il suo sitar con biglie, una specie di batticarne, anelli durex e altri giochini diabolici. Gabrielli si alterna tra sax e clarinetto, tra deliri free-jazz e riff memorabili (uno ricordava il riff di Mission impossible rifatto dai Limp Bizkit!), e intanto litiga con un cazzone che ha scambiato il Covo per uno stadio e dà del coglione ora ad Agnelli ora a Gabrielli. Calcagnile è tra i più adatti al ruolo, a volte sembra perdere il controllo tanto si scatena. Ma è un’impressione, perché non perde mai un colpo. Manuel fa il suo compitino. Ma riempie più che emergere.

Un concerto che è una lezione di musica. Nessun brano propriamente detto, ma un flusso di musica sporadicamente diviso dagli applausi. Forse c’era un canovaccio concordato e provato – soprattutto nel finale i movimenti erano un po’ più quadrati e facilmente digeribili – ma il grosso è improvvisazione pura. Come conferma la faccia di Agnelli che ogni tanto guarda Iriondo e Suzuki come a dire “cazzo questa parte era fantastica!”.

Peccato che breve non sia solo Damo col suo metro e cinquanta, ma anche  il suo show. Un’ora scarsa e niente più. Nessuno però fischia, chiede bis, né si lamenta. In questo mio American dream non c’è spazio per tamarrate italiote.

PS: alle due di notte Francesca su Facebook mi informa che al banchetto del merchandising nessuno di noi ha comprato l’album dei tanto apprezzati Hobocombo. Il che infrange il mio sogno e mi ricorda che siamo pur sempre in Italia.😦

Questa voce è stata pubblicata il 22 gennaio 2011 alle 6:16 PM. È archiviata in GoodbyeLive con tag , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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