Robbie Williams: quando la reunion non è solo un fatto commerciale

Robbie WilliamsNegli ultimi anni le reunion vanno proprio di gran moda: in casa italiana i Litfiba hanno risposto al richiamo musicale di Elio e soci tornando insieme dopo una separazione lunga quanto il Decennio Zero; gli States fremono per il ritorno dei Faith no More e dei Pavement; mentre in Inghilterra dopo il ritorno degli Skunk Anansie, è la Pulp-fever a contagiare il popolo pop-rock anglosassone.

Ma oltremanica c’è un caso che mi ha fatto riflettere più d’ogni altro: ed è il ritorno del figliol prodigo (o prodigio?) Robbie Williams all’ovile dei Take That

Che Robbie Williams sia uno dei cantanti pop più famosi degli Anni Zero è cosa certa, così come però è certo che il finire del decennio ha visto esaurirsi la sua vena creativa – complice soprattutto la fine della collaborazione con Guy Chambers – e decrescere il suo successo. Reality killed the video stars è un disco dal titolo tanto carino quanto profetico: dato che con le sue vendite bassine ha segnato la morte di un’icona pop.

E allora ecco Robbie prepararsi alla virata: un Best of per metter un punto e virgola alla sua carriera solista, due canzoni scritte con Gary Barlow per segnare la pace fatta, e addirittura un video à la Brokeback Mountain in cui i due (ex)sex-symbol si scambiano effusioni e fanno il bagno insieme – col risultato che paiono due ippopotami! Tutta un’operazione commerciale per ritornare in grande tra le braccia dei Take That.

Ma cosa ha spinto Robbie a fare questa scelta? Soldi? Se penso al contratto ultramilionario con la Polydor e ai contratti con gli sponsor direi proprio di sì. Ma secondo me nella scelta di Robbie c’è anche dell’altro. Se infatti il songwriting del signor Williams è ormai insipido come le canzoni di Bubblé, quello di Barlow e soci – bisogna ammetterlo – è un bell’esempio di pop piacevole ma allo stesso tempo maturo. Se Patience era il brano che a Robbie mancava da una vita, The Flood, enfatico come i precedenti primi singoli ma con un tocco Anni ’80 à la Tears For Fears, conferma la capacità del quintetto di Manchester di scrivere pezzi che tengono insieme il sound di Elton John e dei Pet Shop Boys, per poi rivenderlo alle nuove generazioni.

Insomma, tornare con i Take That per Robbie è stata una scelta saggia oltre che furba. Poi bisogna vedere quanto dureranno, ma questa è un’altra storia.

Questa voce è stata pubblicata il 5 gennaio 2011 alle 12:10 AM. È archiviata in Pop '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

2 pensieri su “Robbie Williams: quando la reunion non è solo un fatto commerciale

  1. sarì in ha detto:

    Sicuramente Robbie è stato furbo, ma come immagine secondo me ci guadagna l’intero gruppo “take that”. Robbie è pur sempre il più carismatico e aggiungerei anche affascinante, mentre gli altri dimostrano tutti i loro anni, se non di più:\

    Ps: ammetto che nelle ultime immagini che ho visto anche Robbie mi sembra un po’(parecchio) arruginito, ma ti posso assicurare che 3/4 anni in suo concerto a Milano fu spettacolare!!

    • No no lo immagino. Il sex symbol è lui. O almeno è lui che lo è diventato nell’immaginario comune. Penso abbia anche una voce molto riconoscibile, molto più di quelle di Mark e altri che sono molto insipide… Il che introduce varietà perché negli ultimi album dei Take cantava quasi solo Gary, e poco Mark, gli altri due quasi nulla.
      Quindi sì direi che Robbie è stato saggio – non furbo🙂 – a tornare con i take that perché il suo songwriting non è più quello d’una volta, ma anche i Take That ne hanno guadagnato un po’… e non solo in termini di soldi.🙂
      PS: benvenuta e/o benpassata da qui sarì!😉

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