Vasco Brondi: la carica(tura) del cantautore?

Vasco Brondi

Le luci della centrale elettrica è uno dei progetti musicali che ha diviso maggiormente critica che e pubblico:  affabulatore seriale e cleptomane postmoderno di parole altrui o bardo dell’Italia degli Anni Zero? E mentre il secondo album, Per ora noi la chiameremo felicità,  entra nel suo secondo mese di vita, ti dico l’idea che mi sono fatto (solo) dopo tanti e tanti ascolti.

Diciamo subito che a dispetto del titolo del post a me e a Gbø Vasco Brondi piace. È fuori di dubbio che sia uno dei principali (f)autori del ritorno al cantautorato nell’Italia degli Anni Zero, ed è per questo che di sicuro torneremo a parlare delle sue parole e della sua sei corde. Del resto, Gbø tenta di rispondere a una domanda posta dal buon Brondi: Che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di Anni Zero?

Ciononostante va detto che i detrattori de Le luci della centrale elettrica non hanno tutti i torti. È vero: le canzoni tendono a somigliarsi troppo tra loro. Però non è vero che è un raccomandato. Moltheni e Giorgio Canali li ha conosciuti grazie al suo demo; e questa si chiama ammirazione non raccomandazione. D’altra parte è vero: i testi spesso rimasticano frasi già dette e scritte da altri. Così come è innegabile che a volte la messa in serie dei frammenti testuali si risolve in un assemblaggio di eccessi metaforici non giustificabile con l’escamotage: “Tesoro è cut-up!“.

Ma secondo me il problema sta altrove. Ovvero nel secondo album, Per ora noi la chiameremo felicità. Un disco identico al precedente. Per carità con più cura negli arrangiamenti, in cui si insinuano maggiormente la chitarra liquida di Canali e in cui compare il suono dolce-amaro degli archi, ma identico sotto il profilo dei testi, delle non-melodie. Non c’è crescita direbbero alcuni, ma questo non mi interessa.

Quello che ci vedo è un autore un po’ troppo compiaciuto, che ripete una formula di successo, come Moccia fa con i suoi libri, per consolidare il proprio target: i ragazzi, tossici e non, della generazione X che vivono apaticamente nella  grigia periferia post-industriale afflitta dal mobbing e dal capitalismo delle multinazionali. Un cantante che si autocita, e che nel farlo diventa la caricatura di sé stesso.

Quello che ci vedo è un autore che scrive bene, che a volte “ingarra” il pezzo giusto (e allora è in grado di farti commuovere), ma che spesso interpreta il cantautorato come dire tante cose “tuttedifilato”. E nel farlo diventa la caricatura del cantautore.

Questo è il mio pensiero, aperto a critiche e/o condivisioni. Intanto ti lascio con uno dei pezzi più riusciti di Per ora noi la chiameremo felicità: Cara catastrofe.


 

Questa voce è stata pubblicata il 19 dicembre 2010 alle 4:20 PM. È archiviata in Anni Zero, Rock-Indie '10, Segnali dai '10 con tag , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

2 pensieri su “Vasco Brondi: la carica(tura) del cantautore?

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