Se penso alle voci più caratteristiche degli Anni Zero mi viene in mente quella di Amy Winehouse. Graffiata, un po’ nasale: una voce riconoscibile tra mille. O almeno così era nel 2003 quando Amy ha esordito.
Sì perché dopo Back to Black (2006) le frequenze radiofoniche sono state invase da un esercito di Amy-epigoni. Fino ad arrivare al caso tutto italiano in cui se non imiti la Winehouse probabilmente non lancerai nessun disco e certamente non vincerai alcun reality…
Quando Amy debuttò nella musica le pagine di Yahoo Answer cominciarono a pullulare di domande come “Chi è quella nuova cantante con i capelli alla Moira Orfei e quella voce strana?”. In realtà non c’era nulla di nuovo e strano nel suo stile vocale uscito dritto-dritto dalla Motown.
Piuttosto Lotman direbbe che la voce di Amy ha funzionato come un meccanismo di traduzione tra culture - per usare termini semiotici. Ha funzionato come un elemento mediatore che ha traghettato lo stile della Motown nel nostro contesto musicale. Un traghettamento che ha implicato due riadattamenti: quello della vocalità, in parte riadattata ai canoni dell’odierno R’n'B, e quello del contesto musicale che l’ha accolta.
Ed è di questo secondo punto che mi preme parlare.
Se non ci fosse stata Amy: Simona Ventura avrebbe scelto Giusy Ferreri tra migliaia di voci? E anche se fosse avvenuto, la cara Giusy sarebbe diventata lo stesso la rivelazione musicale dell’anno? Sul fronte Sugar, Caterina Caselli avrebbe puntato su una voce speziata come quella di Malika Ayane? Quanto ad Alessandra Amoroso, Loredana Errore e Emma Marrone, le loro voci graffiate e sbilenche avrebbero dominato le ultime due edizioni del super-tradizionale Amici di Maria de Filippi? E dulcis in fundo, Nina Zilli - che da Amy prende non tanto lo stile vocale, quanto il look e lo stile musicale – sarebbe stata compresa dal grande pubblico?
Secondo me no. Senza quell’esplosione culturale causata dalla vocalità di Amy tutto questo in queste forme non ci sarebbe stato. Non è soltanto una questione di scelte discografiche (è anche questo ovviamente), ma è una questione di cosa una cultura considera accettabile e quindi piacevole; quello che banalmente chiamiamo “gusto del grande pubblico”. Un gusto che Amy è riuscita a spostare più in là, riscrivendo - che ci piaccia o no - i canoni del bel canto occidentale.
Etichette: Alessandra Amoroso, Amy Winehouse, Emma Marrone, Giusy Ferreri, la più bella voce del 2000, Loredana Errore, Lotman, Malika Ayane, Motown, Nina Zilli, semiotica, Simona Ventura, voce graffiata


ma quante cazzo di tag metti?
..Sono pienamente d’accordo.